Il ridimensionamento dell’avversione al rischio favorisce una maggiore ricerca del rendimento man mano più elevato e in questa occasione tale mood del mercato è giustificato da uno scenario macro USA che parrebbe migliore rispetto al passato, dove le fasi di calo dell’avversione al rischio registrate nei mesi scorsi non erano invece supportate da minori preoccupazioni sulle prospettive dell’economia USA. Il deprezzamento del dollaro che ne derivava pareva così eccessivo rispetto agli sviluppi oggettivi allora in corso. Tutto questo è confermato dai vari dati macro positivi, pubblicati sin dai primi giorni del mese quando il dollaro ha iniziato la sua corsa nei confronti dell’euro in concomitanza con l’uscita dei dati sulla disoccupazione americana, ampiamente migliori delle previsioni. L’euro dollaro infatti ha stornato ampiamente da massimi di 1.5145 sino a 1.4832 per poi continuare la sua discesa favorita dagli ulteriori dati macro positivi come le vendite al dettaglio (+1.3% a novembre), l’indice di fiducia economica pubblicato dall’Università del Michigan (73.4 contro un’attesa a 68.5) e la produzione industriale (+0,8% a novembre, ben oltre il rialzo dello 0,5% atteso dagli analisti). Tutto questo ha portato il cambio Euro-Dollaro fino ad un minimo a quota 1.4215.
La debolezza dell’euro, tuttavia, è da ricercarsi anche nel declassamento del rating a BBB+ da parte di Fitch e il downgrade da parte di Standard & Poor's del rating per il debito sovrano della Grecia con Outlook negativo. Non vi sono timori per un eventuale default del Paese ellenico, ma l'allarme è stato lanciato e ha scatenato la corsa alla verifica della solidità finanziaria dei principali stati dell'Unione Europea. Dal fronte delle riunioni delle banche centrali, da Francoforte è emerso comunque una grande cautela; ampiamente scontato dal mercato la decisione di lasciare i tassi fermi al 1%. Lo scenario macro di eurolandia continua a proiettare una ripresa ancora piuttosto lenta e più debole delle stime del consenso. La BCE ha però dato un segnale di svolta graduale nella gestione della liquidità nel corso del 2010. L’operazione straordinaria a sei mesi verrà cancellata dal secondo trimestre del nuovo anno. La riunione della Banca centrale americana si è conclusa con poche novità, tassi invariati per un “periodo prolungato”, (come nelle previsioni), - Fed Funds sempre compresi fra lo 0% e lo 0,25 per cento. Il tema principale è stato legato al timing legato all’exit strategy. A partire dalla riunione di gennaio inizierà una fase di preparazione per l’uscita, anche se l’uscita effettiva non avverrà prima del 2°- 3° trimestre del 2010. La Banca del Giappone nelle ultime riunioni ha rivisto verso l’alto la valutazione dell’economia, ma ha mantenuto una previsione di deflazione almeno fino al 2011. L’ultimo scenario macroeconomico (ottobre 2009) vede per il 2010 una crescita a +1,2%, in accelerazione a 2,1% nel 2011. Vista in calo l’inflazione del 1,5% nel 2009, di 0,8% nel 2010 e di 0,4% nel 2011. La Banca centrale giapponese ha inoltre segnalato che manterrà la politica monetaria “estremamente accomodante per un certo tempo”, con il tasso overnight agli attuali “livelli bassi” e ampia offerta di fondi per soddisfare la domanda dei mercati finanziari decidendo contestualmente di aumentare lo stimolo monetario. Tale notizia ha portato lo yen ha ritracciare portandosi da 85 a quota 90 USD/JPY prima, per poi toccare quota 92.75, livelli che non si registravano dal settembre scorso, complice anche l’apprezzamento del dollaro e l’euryen da minimi nell’ordine di 126.85 a massimi di 134.12. Con lo sguardo rivolto al nuovo anno si può pensare che forse l’economia uscirà davvero dal tunnel nel primo trimestre 2010, o brindare perchè forse ne è già uscita, in ogni caso l'augurio è che la crescita sia la base di un reale e sostenibile sviluppo per l'economia globale. Buon 2010!

