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21.05.2012 17:09 GMT
   
 
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La pericolosità del riciclaggio


La “pericolosità” del riciclaggio
Sono onorata di partecipare a questo convegno che tratta un tema di grande rilievo
come il contrasto del riciclaggio, fenomeno complesso e articolato, oggi ancora più dannoso
per tutta la società.
Il riciclaggio dei proventi illeciti nelle sue molteplici e multiformi connotazioni
rappresenta un fenomeno particolarmente pericoloso perché determina diffusi effetti negativi
sul capitale sociale, umano, economico. E’ una pericolosità sottile, difficilmente percepibile
ma pervasiva.
La caratteristica principale del riciclaggio è quella di essere un reato che consente di
ottenere l’effettiva disponibilità dei proventi di altri reati commessi in precedenza (cd. “reati
presupposto”). Il riciclaggio non rappresenta un mero elemento accessorio rispetto ai reati che
lo precedono, ma costituisce un’autonoma attività criminale, funzionalmente determinante dei
reati stessi, con una marcata connotazione economico-finanziaria, che è data dalla capacità di
trasformare la liquidità di provenienza illecita in potere d’acquisto effettivo, utilizzabile per
scopi di consumo, risparmio o investimento.
Nella perversa logica imprenditoriale che governa i gruppi criminali, il riciclaggio
costituisce dunque un’attività specializzata da affidare a operatori di fiducia. Il money
laundering rende convenienti le attività criminali favorendo la realizzazione di ingenti
proventi; altera le condizioni di concorrenza nei mercati; incide sul corretto funzionamento
del sistema bancario e finanziario; consente alla criminalità di accrescere il controllo sul
territorio, di acquisire consenso sociale, di insinuarsi nei meccanismi del potere, influenzando
anche decisioni amministrative e politiche.
La pericolosità del riciclaggio si accresce nel contesto attuale, caratterizzato da una
grave e perdurante crisi economico/finanziaria.
Le analisi teoriche e l’esperienza empirica convergono nell’indicare che è in questi
momenti di crisi che il riciclaggio trova il suo massimo sviluppo, sia mediante un diretto
impiego dei fondi per l’acquisto di imprese in difficoltà sia sfruttando il volano rappresentato
dall’usura, che consente forme più indirette di acquisizione del controllo di aziende e, proprio
per questo, anche più appetibili.
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In diverse occasioni la Banca d’Italia ha sottolineato i rapporti fra crisi finanziaria e
riciclaggio: nel 2009 il Governatore Mario Draghi, in una audizione presso la Commissione
antimafia, ha evidenziato che “durante la crisi le imprese vedono inaridirsi i propri flussi di
cassa e vedono cadere il valore di mercato del proprio patrimonio. Entrambi i fenomeni
rendono le imprese più facilmente aggredibili da parte della criminalità organizzata”.
Nelle fasi di crisi anche gli intermediari finanziari risultano più esposti al rischio di
essere “catturati” nei circuiti del riciclaggio, specie nei paesi in cui sono più deboli i sistemi di
vigilanza1.
Analisi condotte dalla Banca d’Italia hanno evidenziato che nelle economie a forte
presenza criminale le imprese pagano più caro il credito ed è più elevata l’emigrazione
giovanile; ne è esempio, in Italia, la situazione del Mezzogiorno: alla maggiore presenza di
criminalità organizzata fa riscontro un prodotto pro capite più basso del resto del Paese. Un
esercizio econometrico condotto su Puglia e Basilicata ha evidenziato che, a seguito del
contagio criminale, lo sviluppo di queste regioni è fortemente rallentato, portando, nell’arco
di trenta anni, a un differenziale di crescita del PIL di 20 punti percentuali rispetto alle regioni
che presentavano inizialmente condizioni socio-economiche simili2.
Durante la crisi, dunque, l’azione di contrasto deve farsi ancora più attenta e decisa.
Non è un caso che, sotto la spinta della crisi, la comunità internazionale sia stata recentemente
indotta ad avviare una più incisiva azione di contrasto ai paradisi fiscali e che, nel nostro
Paese, si stia ridando vigore alla lotta al contante rivedendo al ribasso le altalenanti soglie di
tracciabilità.
Il crimine organizzato presta particolare attenzione all’efficienza dei processi
produttivi e alla massimizzazione del profitto del riciclaggio. Le imprese criminali, infatti,
delocalizzano le attività di riciclaggio nei paesi in cui il loro costo è più basso, ne frazionano
le fasi tra diversi ordinamenti per renderne più difficile la ricostruibilità, investono dove il
rendimento è più elevato.
In sostanza, sfruttano i vantaggi della globalizzazione, in termini di disponibilità di
uno scacchiere operativo più ampio, di possibilità di arbitraggi regolamentari tra giurisdizioni, di rapporti preferenziali con ordinamenti non cooperativi o con stati particolarmente bisognosi
di fondi. Ricorrono agli strumenti più evoluti di movimentazione e investimento dei fondi,
avvalendosi delle moderne tecnologie informatiche e degli strumenti finanziari innovativi.
Ma è importante essere consapevoli del fatto che il riciclaggio può costituire il “tallone
di Achille” della stessa criminalità. Seguendo le tracce, difficilmente cancellabili anche se
nascoste, lasciate dalle transazioni effettuate con “danaro sporco” è, infatti, possibile risalire
fino ai reati presupposto, individuando e punendo i colpevoli.
È su questa consapevolezza che deve basarsi l’azione di contrasto al fenomeno del
riciclaggio.
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