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21.05.2012 17:08 GMT
   
 
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La crescita del credito cooperativo


La crescita del credito cooperativo
Dalla metà degli anni novanta a oggi l’attività delle banche di credito cooperativo ha conosciuto una
lunga fase di crescita ininterrotta. I fattori alla base di un così protratto periodo di espansione sono
numerosi, ma i principali sono costituiti dai vantaggi comparati che caratterizzano questa categoria
di intermediari, ben delineati da Tommaso Padoa-Schioppa quindici anni fa:
Le BCC sono operatori di frontiera che portano i servizi bancari dove altrimenti non
arriverebbero, sostengono iniziative imprenditoriali individuali, favoriscono lo sviluppo economico
di nuove comunità. Contrariamente a un’opinione diffusa, nel loro habitat esse denotano una
capacità di fornire credito maggiore delle altre banche1.
La capacità delle BCC di fornire credito si basa sulla conoscenza del territorio e dei sistemi
economici locali, sulla valutazione diretta della qualità delle iniziative dei piccoli imprenditori, su
una struttura organizzativa in grado di rispondere in tempi rapidi e in forme non burocratiche alle
esigenze della comunità.
La crescita ha riguardato in primo luogo la clientela che rappresenta il bacino di elezione del credito
cooperativo. Dal 1995 al 2010 la quota dei prestiti alle imprese con meno di 20 addetti è salita dall’11
al 19 per cento, quella relativa ai finanziamenti alle famiglie dal 6 al 9 per cento. Di rilievo è stato
anche l’aumento della presenza nel mercato del credito alle imprese medie e grandi, dove il peso delle
BCC è salito dal 2 al 7 per cento. La conquista di posizioni sul mercato dei prestiti è andata di pari
passo con lo sviluppo della capacità di attrarre risparmio e di perseguire forme di raccolta più stabili,
1 Tommaso Padoa-Schioppa: “Il credito cooperativo in Italia: realtà e problemi”, intervento al Convegno Sviluppo
Economico e Intermediazione Finanziaria: Piccole imprese, Banche locali, Credito Cooperativo. Roma, 22 febbraio 1996.
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benché relativamente onerose, come le obbligazioni, in grado di garantire un maggiore equilibrio tra
le scadenze delle attività e quelle delle passività. La fiducia accordata dai risparmiatori alle BCC ha
determinato flussi di raccolta diretta ampiamente superiori alle erogazioni di prestiti.
I dati sull’intermediazione, seppure molto indicativi, rappresentano soltanto l’aspetto contabile della
crescita. Altrettanto rilevanti sono quelli riguardanti la diffusione sul territorio delle strutture del
Credito Cooperativo. A settembre 2011, i comuni nei quali era presente almeno uno sportello di una
BCC erano poco meno di 2.700, 900 in più rispetto al 1995; i due terzi della popolazione risiede in un
comune in cui opera una BCC a fronte del 40 per cento di 15 anni fa. Si è rafforzata la presenza delle
BCC nei comuni di maggiore dimensione e nelle grandi aree urbane. Nel periodo compreso tra il 1995
e il 2010, il numero di dipendenze è aumentato, in media annua, di oltre il 4 per cento, una crescita
doppia rispetto a quella media del sistema. Nello stesso periodo il numero di dipendenti è passato da
20.000 a 32.000, a fronte di un calo di 40.000 unità degli occupati nell’intero sistema bancario.
Le dimensioni aziendali sono cresciute con riferimento a tutti i principali indicatori. Tra il 1995 e il
2010, per la BCC media i fondi intermediati sono triplicati in termini reali, il numero di sportelli è
salito da 4 a 11, quello dei dipendenti da 32 a 76. In molti mercati locali le banche di credito
cooperativo sono rimaste gli unici intermediari di piccole dimensioni; in molti comuni hanno
mantenuto la loro caratteristica di “microgiganti” individuata da Tommaso Padoa-Schioppa.
Il processo di crescita è stato sostenuto, fino alla crisi, dal circolo virtuoso tra incremento dei
volumi, ampliamento dei margini reddituali e crescita del patrimonio. L’utile di bilancio del sistema
cooperativo, sceso al 6 per cento del capitale e delle riserve alla fine degli anni novanta, è
progressivamente risalito su valori attorno al 9 per cento negli anni precedenti la crisi.
L’accantonamento di ampia parte degli utili ha fatto delle BCC la categoria di banche con la più
elevata base patrimoniale. Essa risulta però ridimensionata dalla forte espansione delle attività. Il
grado di patrimonializzazione (rapporto tra patrimonio di vigilanza e il totale dei requisiti
patrimoniali) è sceso da 2,9 nel 1995 a 1,9 nel 2010; il Tier 1 ratio e il Total capital ratio si sono
ridotti rispettivamente di 8 e di 7,5 punti percentuali (essendo passati dal 22,2 al 14,2 per cento e dal
22,8 al 15,3 per cento). La leva finanziaria, definita come il rapporto tra il totale dell’attivo e il
patrimonio di base, è aumentata di un punto collocandosi a 9,6 a fine 2010.
Patrimonio, stabilità delle fonti di provvista e risorse liquide hanno consentito alle BCC di
continuare a erogare credito anche durante la recessione, sostituendosi ad altri intermediari
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maggiormente colpiti dalle difficoltà della crisi. Nel 2009 la crescita dei prestiti concessi alle
imprese dalle BCC è stata superiore al 4 per cento, a fronte di una contrazione del 3 per cento
registrata dall’intero sistema. Il sostegno fornito alle economie e alle comunità locali ha attutito
l’impatto della crisi sul benessere delle famiglie, ha consentito a numerose piccole imprese di
superare la fase più acuta della recessione. Ha però lasciato visibili tracce nei bilanci delle BCC, che
si riflettono in primo luogo in un notevole peggioramento della qualità degli attivi. La crescita
annua delle sofferenze è stata elevata, fino a superare il 35 per cento, è ancora al di sopra del 20 per
cento. Ha inciso anche l’aumento dei prestiti a favore di nuove categorie di prenditori, talvolta di
dimensione o operanti in settori di attività atipici per il credito cooperativo.
Negli anni recenti le svalutazioni sui crediti hanno fortemente compresso i margini reddituali, non
più sostenuti dalla crescita dei volumi e gravati da una struttura dei costi particolarmente rigida. Nel
2010 circa un quarto delle BCC presentava una capacità di generare utili inadeguata, soprattutto a
causa della riduzione del margine di interesse, quelle che hanno chiuso l’esercizio in perdita sono
state 65 a fronte di 31 nel 2009 e 13 nel 2008.
A queste difficoltà si sommano gli effetti della crisi del debito sovrano. Negli ultimi mesi per
numerose BCC si sono manifestate crescenti difficoltà nella raccolta di fondi anche a seguito della
concorrenza da parte dei gruppi bancari di maggiore dimensione. L’effetto è stato un forte
rallentamento della dinamica della provvista: nei primi nove mesi del 2011 la raccolta complessiva
è aumentata dello 0,6 per cento, essenzialmente grazie ai fondi reperiti sul mercato interbancario, al
netto dei quali si sarebbe registrata una diminuzione dello 0,3 per cento.
L’insieme di questi fattori ha compromesso il circolo virtuoso che per lunghi anni ha alimentato la
crescita del credito cooperativo, riportando la dinamica dei prestiti delle BCC in linea con quella del
sistema. I timidi segnali di ripresa registrati nei primi sei mesi dell’anno non sembrano sufficienti a
evitare una nuova flessione dei margini nei conti economici del 2011. La scarsità delle risorse da
destinare all’autofinanziamento indebolisce la capacità di fronteggiare gli effetti di un eventuale,
ulteriore, deterioramento della qualità del credito, rende particolarmente fragile la situazione dei
segmenti del sistema più esposti al peggioramento della congiuntura.
Occorre valutare attentamente la sostenibilità dei rapporti che le BCC intrattengono con il territorio.
I vincoli e le aspettative che sorgono all’interno della comunità sono importanti, ma non possono
allontanare le politiche del credito dalla sana e prudente gestione. I finanziamenti non possono
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costituire, come spesso è successo in passato, i principali ammortizzatori di gravi situazioni di crisi
nel tessuto produttivo delle economie locali.
Sulla capacità di generare reddito delle BCC gravano inefficienze non sempre ricollegabili alla
contenuta dimensione. In connessione con l’emergere degli effetti della crisi, la rigidità dei costi ha
portato a un forte aumento del cost/income ratio, che a giugno del 2011 ha raggiunto il 74,2 per
cento, quasi dieci punti percentuali in più rispetto a tre anni prima.
È necessario intervenire con scelte coraggiose sul livello e sulla struttura dei costi. In presenza di un
forte calo dei ricavi, i costi operativi, infatti, hanno continuato a crescere dal 2008 al 2010. Più in
generale è necessario un nuovo impulso verso il conseguimento di livelli più elevati di efficienza,
anche rivedendo strutture produttive e distributive adottate per realizzare ambiziosi progetti di
crescita ora non più realistici. Le BCC rappresentano il 5 per cento dei fondi intermediati del
sistema bancario nazionale; ma contano per il 13 per cento del totale degli sportelli. La differenza
non può essere ricondotta solo a un modello di attività incentrato sulla prossimità della banca alla
clientela. Risparmi potranno derivare dalla chiusura o dalla cessione di quelle dipendenze che non
riescono a raggiungere un adeguato equilibrio economico. Rilevanti economie sono ancora
conseguibili attraverso un più ampio ricorso all’outsourcing. Un contributo rilevante deve venire
dalle Federazioni, sul cui ruolo mi soffermerò più avanti.
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